Gucci aprirà delle boutique private per i clienti più ricchi del mondo

Su quale tipo di clienti investire per consolidare il proprio status nella gamma più alta del lusso? I clienti occasionali o i più ricchi di tutti, per i quali spendere decine di migliaia di euro in un pomeriggio non è poi una spesa così eccessiva? Potete immaginare già la risposta – e la immagina anche Gucci, che ha annunciato l’apertura di boutique private (dette anche “salons”) pensate per la créme de la créme degli ultraricchi mondiali. «Nulla costerà meno di 40.000 dollari», ha detto François-Henri Pinault, «e per l’alta gioielleria i prezzi arriveranno anche ai tre milioni di dollari». La mossa arriva come misura di riposizionamento del brand, che intende recuperare in fretta il terreno perduto in pandemia, e risanare quel calo del 14% delle vendite registrato negli ultimi tre mesi del 2022. Certo, la strategia di Gucci si basa anche sulla nuova identità che Sabato De Sarno concepirà per il brand ma, dato che il nuovo direttore creativo presenterà solo a settembre e dunque le sue collezioni non arriveranno in negozio che nel 2024, il brand avrà bisogno di non perdere un centimetro di terreno nel competitivo e agguerrito mercato del lusso. I clienti più ricchi, i VIC, sono il segmento di mercato più fondamentale per non perdere il vantaggio guadagnato. Alcune di queste boutique private saranno aperte all’interno delle boutique pre-esistenti del brand, altre, come quella di Melrose Avenue, saranno aperte ex novo.<br>
L’idea delle boutique private ha precedenti nella storia del brand. Negli anni ’70, Aldo Gucci aveva inaugurato con successo a Beverly Hills prima e poi altrove il concept di Gucci Galleria, una boutique per soli clienti fedelissimi che potevano accedere a collezioni e prodotti speciali, comprandoli in spazi organizzati come gallerie d’arte, fra antichi dipinti e mobili d’antiquariato. Ci sono vari fattori che hanno determinato la volontà di Gucci di perseguire un posizionamento ancora più alto nel mercato. Non è un mistero che, dopo il lockdown, i prodotti concepiti sotto la direzione di Alessandro Michele avessero trovato meno successo a causa della brand fatigue dei clienti. Ma secondo BoF la questione riguarda anche la cruciale questione della strategia di marketing seguita durante i complicati anni della pandemia: se nel 2021, ad esempio, Louis Vuitton ha investito 890 milioni di euro in marketing (anche Dior ha fatto investimenti di questa magnitudine), Gucci ne ha spesi solo 487 milioni. Il che ha portato le vendite di Vuitton a superare i 20 miliardi nel 2022, una cifra senza precedenti nell’industria, laddove Gucci ha dovuto riorganizzarsi per recuperare terreno anche se all’annuncio della nuova strategia di Kering, concentrata sul prodotto e sui «codici iconici» come li ha definiti Pinault, e dopo l’annuncio della nomina di De Sarno, le azioni del brand sono tornate a salire a livelli più che salutari. Non c’è dubbio che i mercati e i clienti guardino con fiduciosa attesa e anche con una certa trepidazione alla presentazione del “nuovo” Gucci di De Sarno – per quest’anno però bisognerà concentrarsi sulla clientela più abbiente e fidelizzata del brand per ricordare al mondo che le stagioni possono cambiare ma Gucci rimarrà sempre Gucci.